Cosa c'entra, cosa c'entra?
Scuoti la testa che ti passa.
Ma non ricordo qualcosa, non credo, forse dormivo davvero ed erano sogni, forse ho riempito quel vuoto con immagini e sensazioni che ho inventato per riempire un vuoto, forse era soltanto quella la verità e tutto quello che ho vissuto consapevolmente non è mai esistito.
Difficile a dirsi.
Inutile pensarci.
Sono qui, ora.
Ricordo. Qualcosa sì, forse è ricordare, forse no, che importa?
Galleggiavo. Sentivo acqua densa sulla pelle, i capelli erano bagnati, non toccavo alcun suolo sabbioso con il corpo, forse perché non c'era, forse perché davvero stavo galleggiando. Ma non importa, comunque devo smettere di dire che non importa. Terribilmente angosciata, era qualcosa che dovevo fare ma avevo scordato, tanto che non riuscivo nemmeno ad immaginare cosa dovesse essere. Così pregavo, dentro di me, la mia voce non esisteva, che venisse ancora da me, mi sciogliesse da quell'intrico di angoscia, che mi rendeva vaga nel cuore, quella mente travagliata dalla tempesta che ricordo come se l'avessi toccata, di un'altra, scottava, una rete aggrovigliata, ma non poteva riversarsi all'esterno, perché all'esterno non c'era nulla. Il mio cuore troppo vago ormai, che lo compisse per me se non potevo, che combattesse. Con me.
E la mia voce era rotta, mille pezzi che mi facevano sanguinare, sangue che non poteva che rimanere bruciante all'interno, a farmi affogare, in un attimo, quel fuoco nella carne con brividi, all'interno degli occhi bui, il rombare assordante degli orecchi, tutto dentro di me, incalzante, non potevo eguagliarlo, mi attanagliava dall'interno, solo io, solo in me.
All'improvviso forse semplicemente fu troppo e aprii gli occhi, frenetica che quel vuoto ricolmo di angoscia inappagata terminasse, anche con la mia fine, ma invece le mie pupille furono investite da un bruciante v apore dall'odore simile all'incenso. Una radura fuori dall'acqua, un'ombra di rose, palpito di foglie, soave…
Cedettero stremate le ali, freddo il cuore, finalmente un'ombra umana si fece avanti dal tripudio di musica sorda che filava la radura, una fanciulla con il capo e i fianchi cinti di viole. E quando la vidi, mi scoprii ripiena di tutta una smania, per lei, non perché era lei, perché era qualsiasi cosa che veniva da me. Fu un rifiato per l'anima ormai bruciante di brama, brama di tutto. Allora mi pose sul capo una corona di viole e salvia, vicino a lei, intrecci di piante al collo stanco, e ce n'erano altre, che mi ungevano il corpo di un'essenza, ma non era la mia pelle, come un rivestimento liscio sulle crepitanti interiora di un vulcano troppo rivolto in sé stesso per scoppiare. Mi voltai, anche l'acqua su cui ero galleggiata fluiva di quell'olio, vedevo fiori luccicanti rugiada di loto, lungo quel fiume di morte!
E poi la luna, a h! La luna…lì era rosea, caduto un sole vago, inondava quella marea di effluvi oleosi, manto lucente di rugiada alto nel cielo, impallidisce le stelle. Non è mio questo, non è mio.
Camminai con i piedi insicuri, avevo paura come una cieca, sui baleni cupi dei fiori a terra, non è mio, non so di chi sia questo, non ero che un ramo flessibile ai pensieri di quella creatura immensa, quella grande melodia finta, attorno non attorno, dentro così senza fiato fuori così placida. Non potevo. Era già troppo sentirla, ero affamata ma non potevo, era troppo.
Forse sono ancora lì, nel turbine, ma non è un luogo, è un turbine, melodioso più di un arpa.
Forse qualcuno capirà, quel qualcuno capirà e riconoscerà. Ti ricordi? Dio tremendo quel luogo. Angoscia che si abbevera dal cuore, una rissa di note dissonanti e continue, un rigurgito di vento, acqua che cede alla sabbia.
Forse ero giunta alla fine del mondo.
Ma cosa sto dicendo?
E le fanciulle dal crine di viola, dolci ridevano, giocavano tra i gorghi infernali, oltre ogni varco, e io mi chiesi se avrei mai riveduto la luce. Ci credevo? Ma no, era sognare.
Appariva sereno sopra il mio cuore, ma pioveva, traboccava di tempesta, mi fiaccava, svuotata, sempre quel ritmo, e ritmo e basta, null'altro, e io. Sì, se fossi stata cosciente forse mi sarei detta, nessun miglior rimedio del vino, prendere una sbornia, in effetti assomigliava, ma sarebbe stato diverso bagnarsi il petto di vino e guardare la stella, quando tutto brucia per la sete, e non attendere la luce, avere l'oblio, scordarsi di sentire le ossa delle mani che si torcono, collo che scricchiola.
Lì c'era luna e rupe, ma non c'erano viti.
Un inafferrabile eco mi disse che si doveva trattare di un esilio amaro, era giacere morti sotto terra, ma era un palpito, non ascoltare. Le ninfe occhiazzurre ti chiamano. Ridi. Anche se gravida d'acqua, anche se bufera sel vaggia, nessuno lo vedrà. Ebbra di quell'angoscia lavala nel mare bianco, spuma di cielo, riflesso del tremito lontano della via delle stelle.
Ma con l'anima così vaga!
Posero attorno a me i loro intrecci di collane, al petto crisantemi e fiori di loto.
Che fossi oltre il mare?
Intrecciati i capelli, integro fiore, fuggire con loro in un vento di piume.
Attento, non è mio. Perché io amo e non amo, sono pazza e non lo sono, sorrido e uccido, piango e vengo uccisa. Giaccio spogliata del sangue, mescendo fiato, fatica e sfida, ma forse il Dio mi ha risparmiato perché sono vile.
Hai così vaga l'anima.
Una volta me l'hanno detto. Avevo la testa reclinata, le gambe incrociate, ancora lo ricordo. Sedevo di spalle. Forse il capo appoggiato ad una mano. Pensavo. Si vedeva che pensavo io suppongo.
Ma quello, non riesco a capirlo. Le vedo, quelle fanciulle odorose di campi che danzavano tra i cespugli di viola delle altre.
E se un anima non capisce sé stessa, è così facile per lei sfuggirsi, diventare sogno.
È atona rispetto alla realtà, se le chiedi cosa pensa lei dirà niente, se la ami allora lei sarà indifferente, se le trasmetti calore rimarrà fredda. O sembrerà tale.
Ma non risponderà. Non può muoversi.
Uomini e donne la desiderano, sempre, non tutti, quelli che si fermano a guardarla, perché lei non si muove, ha la testa sempre china. Ma se la guardi percepisci l'aria consistente attorno a lei, puoi sentire la carezza del nulla sulla pelle, tutto in lei è remoto e brusco, i gesti, così pesanti, perché hanno un peso, muove il braccio e basta, fende l'aria e la luce, spezza con quel gesto quello che era prima. E all'improvviso ti sei svegliato.
Questo è un'anima vaga.
Un'anima condannata.
Chi volta lo sguardo la vede.
Chi ha bisogno di una tentazione.
Ma una tentazione… è difficile che si desideri dav vero soddisfarla. Solo questo.
Guardala negli occhi, sono come pozzi in cui il sole si rifletta sul fondo. Vedi il sole, non il pozzo.
Vedi te stesso, non lei.
Impossibile non desiderarla, giusto. Ma allora è chiaro perché sia così vaga la sua, se parlo ancora in terza persona perdo il filo, la nostra personalità, ma sono da sola, è notte e sono da sola anche di giorno…quindi la mia, in fondo.
Voltati e guardami, avverti quella consistenza che fluisce tra le membra, pugnale tra le viscere a volte, sangue sulle tue pupille perché un desiderio arde senza che si possa, né si voglia, realizzarlo, continua a guardarmi mentre sorrido e mi ritraggo e se riesci a bloccare il mio sguardo, perché sfugge (è vero che guardo sempre dall'altra parte), allora vedrai che ti vedo. Io vedo sempre tutti, tutti impressi con il fuoco sacro nella mia mente, e così vedrai te stesso, e mi vorrai ancora di più perché sei già dentro di me. Ma io.
Ma io non sono in niente.
E allora si capisce che quella radura aveva qualcosa di dolce perché sembrava un luogo che mi accogliesse. E' dolce addormentarmi mentre le mie mani vengono sporcate di sangue.
Questo è un indovinello, tutto questo, capirai che questo non è mio, riuscirai a capire, a ricordarti di me, dopo?
Io credo di no.
Guarda nello specchio e rispondi.
Ascolto il tuo silenzio perché tu non sai la domanda.
Sto impazzendo, sto parlando con nessuno.
Anche questo è un indovinello.
Mi amerai mai domani?

Tere

changed August 20, 2008