Ballata del Defunto Amore

Questa mattina si è rotta la tua tazza.
Se ne stava lì, accanto alla mia, nella credenza della nostra cucina, intonsa, ancora con il fiocchetto regalo e le caramelle che ci avevano messo le signore di quel mercatino parrocchiale in cui le avevo acquistate entrambe. Non avevamo ancora una casa quel giorno.
Se ne stava lì, questa mattina come ogni altra. Ho aperto l’anta e delle due ho estratto la solita. Si erano abbracciate nella notte. Non lo sapevo. La tua è scivolata dolcemente dietro la gemella poi è continuata a cadere volteggiando a lungo, senza pietà, fino a raggiungere terra. In un attimo non è stata più una tazza. I cocci sparsi, le caramelle libere – finalmente – di rotolare sul pavimento, il nastro a quadretti bianchi e blu pateticamente cercava di tenere ancora insieme quel che restava – che resta – di noi.
Ero io che me ne stavo lì, ora. Fissavo i frammenti, incapace di attivare un muscolo, incapace di urlare, di piangere, forse. Non ho potuto nemmeno raccoglierli. Me ne stavo semplicemente lì, immobile, sola, con il mio buco nel cuore.
Te ne sei andato così, in un attimo, come quella tazza. Senza preavviso, senza averlo nemmeno deciso.
Da allora il tempo del mondo è continuato a scorrere, non il mio, lapideo. Ho arredato la nostra casa come avevamo definito, l’ho costruita per noi. Ho posto due sedie in giardino, le tue rose e le mie margherite, due cuscini identici sul letto, i barattoli a fiori nella dispensa, le posate colorate, e accanto alla mia, la tua tazza intatta.
Questa mattina si è rotta.
Cammino a piedi scalzi in questa casa deserta che ho deciso di abitare ugualmente. I soffitti sono alti, come sai, come piacciono a te, e il suono della solitudine, per questo, riecheggia forte nelle sere d’inverno. Faccio crepitare il fuoco per scaldarmi, ma il petto è sconsolatamente gelato. Lascio che il rumore del vento e delle stagioni mi scivolino addosso, mentre mi abbandono al vuoto che sta dentro me ed al mio meraviglioso cuore infranto.
Regolarmente varco la porta, mi reco sul posto di lavoro, che svolgo con minuzia e precisione; di tanto in tanto mi fermo qualche minuto a casa di mia madre, le parlo senza trasporto, “lei non sa capire la malinconia”… Mi trascino per le strade conosciute, provo a perdermi in quelle mai esplorate. Incontro gli amici di un tempo, che s’illudono d’incoraggiarmi picchiettando le mie spalle e stringendomi in dolci abbracci, mi raccomandano di guardare lontano, di curarmi persino. Regalo loro il timido sorriso che attendono. Non comprendono che il mio non è un raffreddore. Io desidero infine solo rientrare in questa alcova inospitale per adagiarmi dove capita ad assaporare il mio dolore. Mai lo rifiuto, mai provo a sedarlo, me ne intrido perché inutile sarebbe cercare di ignorarlo. Torno così ogni sera su questo male, su questo mare, immobile e plumbeo come il silenzio tra noi.
Lascio che si consumi un’altra sigaretta tra le mie dita, spero che quel breve bruciore desti il tatto sopito: qui dentro non c’è più nulla da sfiorare. Rimango solo io con il mio buco nel cuore, attraverso il quale passa questa parvenza di vita, di turbinare di giorni, di note suonate e sbagliate da un musicista virtuoso ma folle. Tutto ci passa attraverso veloce e confuso come il paesaggio dai finestrini di un treno che tu hai preso per noia, o forse solo per sparire, via. E non trattengo nemmeno più un atomo, non un secondo: questo filtro si è guastato, quest’organo è ormai mutilato.
Manca la tua forza, manca la tua motivazione, il tuo pulsare nel sole. Natura estatica e inebriante era la tua, che dava speranza e coraggio ai disarmati. Mi avrebbe condotto oltre.
Si è consumata nell’assenza.
Insoluta rimane la mia condizione. Irreversibile, come la realtà di una tazza rotta stamane.
Vorrei riuscire infine ad incidere la tua lapide, Defunto Amore. Non smetterò invece i tuoi panni fradici, insinuanti tanto freddo in me, perché questa tua morte non è una virgola, dove prender fiato e poi continuare: è un inesorabile punto fermo, che si espande, s’allarga dentro fino a divenire questo stramaledetto buco nel cuore.
Chiudo in un cassetto le vane speranze e le utopie che popolavano il futuro immaginato. Mi accomiato da te che il mondo sa già svanito. Al vapore dell’acqua che fluisce bollente cedo ora il canto stanco d’Ofelia.
In questa casa esule allo scorrere dei giorni, cade senza rintocco anche l’ultimo sterile battito. Dopo un tale Amore, inconcepibile è una replica.

Surreale

Si era districata nel traffico cittadino per l’intera mattinata, il capo le aveva telefonato un numero indefinito, ma comunque oltre ogni umana sopportazione, di volte esprimendo pretese sempre diverse e – naturalmente – assurde, il prezzo della benzina saliva e quello stronzo non le concedeva nemmeno il “rimborso spese”, ci mancava solo il guasto all’aria condizionata.
“L’estate più torrida degli ultimi vent’anni. Allarmata la protezione civile nelle grandi città del nord” titolava il quotidiano gettato sul sedile posteriore.
Sulla strada l’ennesimo incidente: colonna infinita di auto con il minimo sofferente e rigolo d’acqua che pisciava da sotto. Si rompesse pure a loro! Squillò nuovamente il maledetto cellulare: era ancora lui.
Urlo isterico di sconforto.
Janina prese a pugni il volante sul quale poi, esanime, lasciò cadere la fronte, quindi afferrò rassegnata il telefono e con un gesto nemmeno troppo convinto lo scaraventò fuori dal finestrino. Senza riprendere possesso della propria testa alzò il vetro per non sentire più la sdolcinata suoneria che aveva inutilmente sperato di abbinare ad un nuovo amore. Meglio il caldo!
L’insistente clacson dell’auto posteriore le ricordò che doveva assolutamente avanzare di quei due metri scarsi liberatisi da poco davanti a sè, senza far perdere ulteriore tempo a chi in quella coda “stava lavorando”. Fece un gestaccio al lunotto posteriore ed accese la radio al massimo del volume.
Aveva decisamente bisogno di una pausa.
Decise di deviare.
Riacquisito il controllo della sua parte superiore, nonché del mezzo su cui viaggiava, ingranò una prima decisa e svoltò per risalire la colonna da destra. La freccia ticchettava mentre guadagnava velocità ai limiti del marciapiede tra gli insulti dei neo-possessori di specchietti divelti. Quindi finalmente girò per vie secondarie cercando di raggiungere, piede ben saldo sull’acceleratore, il parco cittadino.
Parcheggiò – male – in seconda fila e si mise a correre verso l’ingresso del giardino. Buttò i sandali con tacco da “segretaria molto disponibile, ottime referenze, flessibilità oraria, bella presenza” e si diresse velocemente a piedi nudi verso il centro della radura, dove si gettò supina a terra, le braccia allargate, i palmi delle mani verso il cielo. Prese un sospiro che le parve il primo.
Stop.
Gradualmente i suoi occhi ritrovarono colori che nella frenesia quotidiana aveva dimenticato: quell’immensa distesa impalpabile che le si apriva ora innanzi riluceva di un turchese prezioso e sconosciuto; gli alberi, le piante, l’erba che la avvolgevano pavoneggiavano le mille sfumature del verde: smeraldo, oliva, brillante, scuro, chiaro, mare, pastello, prato…ed i fiori che resistevano alla canicola, pochi, rari e seducenti! Enumerò la natura degli esseri che aveva ignorato da quando, ancora adolescente, aveva calzato i primi stivali “da donna”.
Prese a guardare le nuvole rincorrersi, mentre cominciava a distinguere la temperatura dell’aria che inspirava. Ascoltò il battito del suo cuore rallentare, ogni fibra dei suoi muscoli distendersi e, presa coscienza anche dello scorrere del sangue nelle sue vene, trovò l’immobilità. Vide il sole coricarsi nella luce amaranto della sera e poi ritornare all’alba, l’aria farsi più fresca, le stelle lasciare una scia nella loro corsa notturna. Le traiettorie degli uccelli divennero ricami dorati, i loro richiami canti melodiosi d’innamorati. La luna crebbe, le sorrise e calò, scomparendo per una notte, una notte sola. Il cammino del fuoco nel cielo si fece regolarmente più basso e breve, le foglie arrossirono e seccarono, coprirono il manto soffice dell’erba. Le rondini si chiamarono, si riunirono, migrarono a sud. La nebbia le regalò visioni misteriose, umide e malinconiche. Da un cielo argentato cadde la neve, che calda la coprì e l’orizzonte si fece insicuro.
Tornò poi il movimento sotto le sue membra: la chiocciola rossiccia trovò rifugio nel palmo della sua mano, una lunga fila di formiche traversò la radura camminandole sul ventre, le crebbero i capelli e l’erba fra di essi, una margherita fiorì dietro il suo orecchio sinistro e la candida farfalla le baciò la punta del naso.
Poi d’improvvisò la volta s’incupì, s’illuminò, si scurì, tuonò. Dardi copiosi piovvero veloci, aspersero il suo corpo, le lambirono le palpebre. Janina si mise seduta e buttò il capo indietro, bevve l’acqua del cielo e poi si alzò. Tornò a casa camminando. Lentamente.

Gaia

changed July 31, 2008