Mi è cara questa realtà di viaggio, con questi estranei, con questo cigolio dei sedili, questo buio fuori e un letto non mio stasera, e voglio averla finchè dura.
Mi è cara questa realtà di viaggio, amore mio, con questo aspettare coincidenze, col far passare il tempo correggendo compiti, leggendo un libro, ascoltando senza volere i discorsi dei vicini di posto e volendo non sentire le mille storie e vite che si annodano e si intrecciano per il tempo di un tragitto, e che poi si slacciano e sfilacciano, perdono e disperdono non appena il treno entra nella pomposa e decadente galleria della stazione, grigia e affollata, sempre.
Mi è cara questa realtà di viaggio che mi regala tempo e spazio per me stessa e per i miei pensieri mentre la notte corre via veloce o si ferma nella campagna ad aspettare nel nulla scuro un segnale di via; anche io attendo, ansiosa e piena di emozioni, di incontrare te, di rivederti e riabbracciarti, egoista, che te ne sei andato per inseguire i tuoi sogni.
Mi è caro sapere che quando il treno si fermerà a Milano, in ritardo come sempre, mi avrà portata a destinazione, per un po', solo per un po', e che mi creerà una sospensione dal tempo e dalla realtà, un'illusione di casa vera, di famiglia completa, di un insieme non orfano di te.
Mi manchi, amore mio, come manca la luce a chi vive l'inverno del nord. Ci si abitua, i bioritmi si adattano, seppur a fatica, si finisce poi per seguire involontariamente i cicli e i momenti dettati dalla latitudine, ma c'è uno sfasamento interno, come lo scarto di un secondo tra l'audio e il video in un programma trasmesso dal satellite. Mi manca la sincronia tra quello che sento e quello che sono costretta a fare e vivo in play back agganciandomi alle differite telefoniche che ci concediamo, due o tre volte al giorno, senza poterti vivere in diretta.
Rivederti, quelle rare volte, è stupore orgoglioso e spaventato: sei un uomo, grande dentro e fuori. E sei grande, uomo d'aspetto e di pensieri. Rilasciarti, ogni volta, è ripartorirti di nuovo, figlio mio, è strappare a viva forza, chirurgicamente, quella placenta che già la primissima volta, quella vera, non si voleva staccare.
Ma devi andare e io non posso, non devo trattenerti: è la tua vita. Io te l'ho data, assieme a qualche istruzione per l'uso, a qualche avvertenza. Non avevo letto sul bugiardino che gli effetti collaterali, indesiderati possono colpire chi dà, anche, e non solo chi la prende.
Vai, cresci, ometto mio, cammina sulla tua strada con studiati e faticosi passi di farfalla. E vola, e danzati l'anima.
Sii forte anche per me.
La tua mamma

Laura Bulletti

Laura Bulletti

changed October 2, 2008