Ricordo quel giorno…le mie gambe piccole e pallide percorrevano finalmente una strada nuova…non la solita Via Tuscolana né l' abitudinaria Via Rugantino…
Niente zaino in spalla…
Nessuna voglia di scappare da classica adolescente in crisi.
Tutt'altro…
Sorrisi e progetti condivisi con l'amica di sempre…quella che ti accompagna dovunque e in qualunque momento, quella che dice per sempre e poi sparisce nel nulla e come nulla fosse.
Arrivo a destinazione nella storica Largo Preneste. Suono, chiamo l'ascensore e mi trovo senza saperlo nel posto che per i successivi due anni sarà la mia "casa".
Mi apre una donna, una signora piccola e fredda, mi chiede chi desidero e mi fa accomodare in un salone adibito ad ufficio.
Un grande Tavolo pulito al centro della stanza, un quadro meraviglioso che ho ammirato per tutta l'attesa e tanti fogli, riviste, cancelleria sparse ovunque.
La mia amica à ¨ seduta accanto a me e guardiamo insieme incuriosite la Signora che nervosa si muove nella stanza.
Poi arriva Lui.
Saluta con il solito entusiasmo, si tocca i capelli, li spinge indietro, sorride e con voce allegra e imbarazzata si scusa per il ritardo farfugliando qualche imprevisto.
Poi la sua voce cambia, subito diventa impostata, lui rovistando tra le riviste tira fuori un depliant e me lo mostra.
Si trattava di una fiera, ma io una fiera non l'avevo mai vista. Non sapevo neanche cosa fosse e se servisse a qualcosa. L'unica cosa che sapevo al riguardo era che mia sorella ne aveva visitata una al ridosso del matrimonio. Allora lo fissavo incuriosita ed i suoi occhi parlavano…Dio come parlavano…Erano pieni di passione, di obiettivi, di ricordi.
Mi ricordo che non era più troppo importante chiedersi che cos'era una fiera…le risposte erano tutte lì, oltre quei termini tecnici e quei giri di parole...
La fiera era dentro gli o cchi del professore, era il suo amore per quel lavoro, era la passione sfrenata per i suoi obiettivi.
Il professore mi sorrideva consapevole della mia ignoranza e del mio timore, ma inconsapevole di quello che già in pochi minuti mi aveva tramandato… Si chiama Vincenzo Lemma, è un uomo del sud, geloso, orgoglioso, permaloso, innamorato. Innamorato della famiglia come ogni padre, ma in particolare come ogni padre calabrese.
Innamorato del lavoro, perché il lavoro è la vita e la vita è sacrificio. Innamorato dell'amore e di tutte le sue interpretazioni, da Freud all'adolescente invaghito.
Il Lemma ,come lo chiamo io, è un uomo incantevole…particolare in ogni particolare. È diverso da tutti nonostante sia come tutti i sessantottini ribelle e casinista.
Il Lemma è il primo uomo che mi ha dato fiducia.
"Allora, Serena, ci vediamo domani alle 9."
Poi un forte abbraccio, un commento veloce sulla cravatta e via verso la p orta d'ingresso.
Fuori ad attenderlo un ragazzo buffo, un piccolo Lord cresciuto, un po' snob, un po' free.
Si presenta con educazione ma con tanta fretta e disinteresse e rimette sulla testa i suoi reyban marroni poi le mani le nasconde nel cappotto nero. Uno di quei cappotti lunghi e seri che li vedi ad un ragazzo solo se è ad una cerimonia o nel peggiore dei casi se sei al centro di Milano per un aperitivo.
Ma noi eravamo al 3 piano di una palazzina affacciata su L.go Preneste nello smog di Roma e nell'odore forte di cucine orientali e quel cappotto, quell'abbigliamento serio, quell'atteggiamento da nordico proprio non avevan motivo d'esistere.
"Ma che quello è il figlio del Lemma veramente?! No! Non può essere." Poi una risata.
Andrea Lemma. Era proprio il figlio del Lemma.
Scendiamo di corsa le scale, come per fuggire, come per arrivare prima. Ma chissà dove poi.
Sul 503, l'autobus che mi porta a casa facevo l a guerra coi miei pensieri, mi mordevo le labbra e mi interrogavo sul da farsi.
Ero Una ragazza pulita, a modo e determinata…Ero già uscita dalla crisi adolescenziale e dalle litigate con i miei per le assenze ingiustificate a scuola ma solo perché la scuola era finita. Ero una ragazza banale forse, iscritta a un corso regionale di turismo che nel pomeriggio teneva una bambina di 18 mesi. Insomma, per il momento le mie scelte le avevo già fatte…o almeno credevo.
Invece no, mentre l'autobus mi portava a casa, ero assalita dall'ansia. La proposta del Lemma era uno stage della durata di 4 mesi. Dovevo occuparmi dell'organizzazione di una fiera di estetica e fitness. Io, io che una fiera non l'avevo neanche mai vista e io che dovevo frequentare per altri due mesi il corso per diventare guida turistica.
Non dovevo avere dubbi. Razionalmente non aveva senso avere dubbi.
Ma la mia testa era piena di curiosità..Mi risuonavano in mente quegli oc chi appassionati e quelle foto del depliant in cui la gente rideva divertita. Sul mio 503 nessuno rideva così e nessuno aveva quello sguardo pieno di tutto, nessuno portava quel cappotto serio e nessuno parlava di obiettivi. Era pieno di italiani medi.
Tante teste tra le nuvole stanche di quelle 8 ore lavorative o stanche delle solite mansioni, affaticate dal peso delle buste della spesa o dai libri sulle spalle.
"Cavolo. Sono un'italiana media."
Ero alla mia fermata. Scesi soddisfatta di non so cosa ma delusa di quello che restava su quell'autobus.
Parlai con i miei di questa proposta, la trovarono interessante ma non c'erano dubbi, io dovevo finire il corso.
Mia madre è una donna sola. È una donna affettuosa, ma che il suo affetto lo ha messo da parte per colpa di una vita piena di delusioni.
È una donna vera, è una donna sincera, ferita da me tante volte ma molto di più da un uomo incapace di esprimere amore. Quell'uomo si chiama Vincenzo Seminara è mio padre.
È fantastico. Io lo amo da morire. Ma è un tradizionalista, è testardo come il marmo, non torna mai sui suoi passi, non ammette i suoi errori e non mi abbraccia mai.
Non abbraccia mai nessuno. Non mi chiede se mi sono innamorata, se sono felice, se ho bisogno di qualcosa, qualcosa che non siano soldi o documenti, qualcosa che si chiama affetto.
Viene da una famiglia numerosa, 7 figli di cui solo due donne. Una famiglia di gran lavoratori, di persone riservate e fredde. Di bambini cresciuti nell'entroterra Calabro, in un paese dimenticato dalla nazione che si chiama Tritanti in provincia di Reggio Calabria. Ha studiato, ha fatto il militare, ha zappato la terra e ha gestito un'azienda familiare. Insomma ha fatto di tutto e bene.
Mio padre è un uomo che mi ha dato tanto eppure mi chiedo come e quando visto che io la sua assenza l'ho sofferta e la soffro ancora. Non ricordo a che età mi ha tenuto in braccio l'ultima volta, non ricordo una vacanza diversa da quella nel suo paese, quando ci lasciava al mare e ci riprendeva la sera perché lui lavorava anche in vacanza.
Non ricordo un discorso da uomo a donna con lui e non ricordo un consiglio d'amico o una carezza da genitore.
Ricordo l'educazione che mi ha dato, i valori trasmessi che sono il mio più grande patrimonio ora che ho 21 anni.
Ricordo il lavoretto per la festa del papà quando alle elementari le suore mi fecero fare un posacenere con il das.
"Mio papà non fuma e se gli porto questo regalo si arrabbia"
Suor Loretta mi guardò perplessa e mi disse di tenerlo in casa per gli ospiti, che mio padre sarebbe stato felice lo stesso.
Ma io lo sapevo che non era felice. Lui si arrabbiava sempre con mamma per questo brutto vizio e aveva ragione.
Mi vergognavo, avevo paura di fare brutta figura con papà…quei gesti erano gli unici momenti in cui mi sentivo figlia davvero e rovinarli così per me era un fallimento.
Quell'anno gli portai soltanto la letterina d'auguri. La solita che leggeva in fretta e lasciava a mia mamma.
Com'ero triste. Questo è mio padre. Padre Padrone, Padre orso. Marito che ha fatto piangere, genitore troppo preso dal lavoro, troppo autoritario.
Ma Vincenzo Seminara è un uomo d'onore, rispettato, stimato, invidiato. Lui non ci ha mai toccato neanche con un dito, non ci ha mai negato un aiuto e non si è mai tirato indietro quando si è trattato di risolvere questioni dei suoi fratelli, della sua famiglia. Perché quella famiglia è la sua vita.
Alle 9 ero lì. Davanti a quella porta. Avevo scelto di non essere un'italiana media e forse, ancora una volta avevo deluso i miei. Ma stavolta senza vergogna, con cognizione di causa, il posacenere non l'ho lasciato a scuola. Alle nove di ogni mattina ero lì ed i miei occhi erano sempre più ricchi, sempre più convinti.
Ero Serena della Euromeeting Group, società organizzatrice di eventi. Ero parte di quel mondo anche dentro casa mia, la sera cercavo del materiale su internet, sfogliavo giornali alla ricerca di informazioni, rileggevo vecchi documenti per imparare sempre di più, per non deludere il Lemma come avevo deluso mio papà.
Ero viva, ero ambiziosa e ancora non avevo visto nulla.
Mi seguirono in questo amore la mia amica di sempre e il mio amico speciale…Saverio. Un fratello per me.
Avevamo la stessa voglia, la stessa freschezza e la stessa innocenza verso questo universo sconosciuto.
Lui passò intere giornate a sistemare faldoni con articoli, foto, modulistica di fiere di automobili. Usciva nero e stanco da quell'archivio ma con una gioia che non gli ho visto mai in 8 anni di vita comune.
Arrivò il gran giorno, tutti in macchina verso Foggia la città in cui per la prima volta scoprivo la fiera, scoprivo il prodotto di un nostro lungo e faticoso lavoro.
Non sapevo immaginarmela, non sapevo cosa mi aspettava lì dentro.
Arrivammo davanti all'ente fieristico in tarda serata. Era buio, eravamo davanti un gran cancello e oltre quel cancello cresceva un sogno, si costruivano stand e si stendeva moquette.
Beauty Expo & Fitness prendeva vita e con lei anche io.
Fu una sensazione strana. Una presa di coscienza spaventosa.
La mattina dopo camminavo per quei corridoi colorati, osservavo le persone che avevo ascoltato milioni di volte per telefono senza averli mai visti…l'adrenalina mi pulsava nelle vene come mai prima di quel momento, era surreale. Ero una bambina emozionata nascosta dietro l'immagine di una donnina in tailleur in cerca di carriera.
Mi innamorai di quel padiglione. Mi innamorai di quel progetto come fosse un figlio, come quando nel grembo proteggi e cresci il tuo bambino e dopo nove mesi lo tieni per la prima volta in braccio…lo ami da subito, lo conosci da sempre ma è la prima volta che lo tocchi e lo guardi davvero.
Condividevo questa energia con Saverio prima che con tutti gli altri. Saverio è un ragazzino di 23 anni, senza problemi alle spalle, senza vuoti nel cuore. I suoi genitori gli hanno regalato affetto, protezione da sempre e due piccoli occhietti chiari. Un ragazzino fortunato di quelli che non ha mai avuto bisogno di mettersi in gioco.
Saverio è piccolo ma Dio solo sa quante volte ci siamo resi grandi insieme. Questa era una di quelle volte.
Era proprio bello con quel vestito nero, con quella camicia bianca e quella cravatta. Era proprio bello così impegnato nel risolvere, nel costruire e nell'organizzare.
Ma il migliore di tutti per me era chiuso nella postazione adibita ad ufficio all'interno della fiera, usciva di rado da lì ma quando usciva un sorriso me lo regalava sempre.
Il mio migliore da quel momento fu Andrea Lemma.
Lo guardai con altri occhi. Non era più tanto nordico, tan to snob. Era una bomba lì dentro, una macchina da fiera.
Andrea era vestito da quella fiera, ed era tra tutti, quello a cui quel vestito stava meglio.
Era perfetto. Aveva stile, eleganza, una classe originale, non classica, di quelle che non passano inosservate.
Quando passava per quei corridoi sembrava andar piano, dava l'idea di quello che si viveva stand per stand ogni dettaglio eppure il suo era un passo sostenuto, forse nervoso. Inspiegabile, inimitabile.
Andrea era un uomo ed io non ero abituata a vederne, come purtroppo non è più abituata nessuna donna visti gli uomini con la sindrome di peter pan che ci sono.
Andrea era buffo, bassino e un po' in carne, i capelli un po' lunghi, la barba sempre sistemata, il nodo alla cravatta perfetto….Era l'antitesi di suo padre e l'antitesi di sua madre.
Era l'unico. L'unico li dentro, l'unico per quel lavoro, l'unico nel suo stile, l'unico per me.
Me ne ero già innamora ta. Lui non mi guardava neanche.
Eravamo così pieni di sogni, così piccoli in quel mondo di imprenditori. Non ce ne rendevamo conto neanche di quanto era grande quello che avevamo costruito tutti insieme.
Eravamo carichi di adrenalina e l'entusiasmo sostituiva completamente la stanchezza….il sacrificio non pesava a nessuno.
La sera degli allestimenti ricordo che il mio capo era dall'altra parte del padiglione a seguire gli operai…io invece su una scala con fascette e cartelli in helvetica…..Lui in lontananza mi guardava e con voce stonata e tenera cominciò a cantare una canzone per me….

"Quando ti ho vista arrivare, bella così come sei, non mi sembrava possibile che tra tanta gente che tu ti accorgessi di me."
La urlava, senza vergogna e intanto con le braccia aperte si avvicinava a me….è una di quelle cose che neanche mio padre ha fatto mai per me.

Tutti quanti lo guardavano e sorridevano. "Ã ¨ un pazzo Lemma, lo sapevo già. Un pazzo meraviglioso."
Scesi da quella scala, emozionata e intimidita perché mai nessuno era stato così sfacciatamente romantico con me..avevo un paio di jeans chiari di quelli a vita bassa, sulla coscia erano strappati, perché ero rimasta appesa a un chiodino…Sembravo una di quelle ragazzine alternative e maleducate. Mia nonna, se mi avesse visto avrebbe farfugliato qualcosa in dialetto calabrese per esprimere la sua disapprovazione sui reni scoperti, sulla pelle in vista e sicuramente sull'orlo non fatto….Lei mi rimproverava sempre per il mio abbigliamento non consono. Pensava fosse per colpa di mia madre che io portassi quei jeans così sfilacciati sulle scarpe e troppo più lunghi delle mie gambe. In realtà non era neanche per moda. Quanto per pigrizia. Lemma non si accorgeva neanche dei miei jeans strappati, di quanto ero piccola e disordinata. Mi veniva incontro con dolcezza e follìa, ripetendo quelle strofe a modo suo…riadattate per me.
Lemma storpia sempre tutte le canzoni..Non ricorda i testi, ma se non sai a memoria la canzone, credi nelle sue parole. È quasi più bravo di un cantautore di altri tempi. Ma le cambia tutte e quasi le ri arrangia..che quando lo scopri, devi trattenerti dal ridere perché capisci che lui canta con convinzione e impegno.
In fondo lui mica ride quando sbaglio una proposta di cambio desk. Anzi, apprezza il mio impegno e sopporta la mia distrazione. Io apprezzo il suo impegno e sopporto la sua voce. Uno scambio equo.
Mi emoziona comunque, qualsiasi pezzo canti e in qualsiasi modo…mi emoziona ascoltarlo e mi emoziona il suo messaggio perché incredibilmente arriva sempre. Un'altra grande dote. Lemma è l'unico uomo in grado di farmi passare notti in bianco per una frase, o una canzone, oppure uno sguardo troppo sincero. Una notte d'emozione o di tensione, come quella notte diFoggia, della nostra prima foggia.
L'emozio ne mi teneva sveglia, mi sentivo una donna, una donna sulla strada della realizzazione…e non potevo immaginare quanto era lontana quella realizzazione. Saltellavano davanti ai miei occhi quelle immagini appena vissute di Saverio in camicia, di Andrea così professionale, di me su una scala con degli arnesi e tutto il resto, tra moquette e isole, tra spettacoli e code alla cassa, tra viaggi di andata e purtroppo, viaggi di ritorno.. A casa tornai con un bagaglio pieno di novità…Volevo aprirlo ai miei genitori, condividere la mia felicità con loro, ma non ho potuto. Loro non capivano neanche un centesimo della mia soddisfazione.
Erano e sono così ottusi da questo punto di vista che non si sono mai realmente interessati a quello che facevo.
Ma i miei sono abituati ad altro, conosco tre mestieri in tutto ed hanno costretto le mie sorelle a prendere quelle strade….
Con me hanno fallito e di conseguenza il mio lavoro è frutto del mio fallimento e del loro fallimento. Dovevo essere un avvocato? Dovevo trovare lavoro in banca? O forse diventare un medico?
Allora si che mio padre mi avrebbe nominata al telefono con i suoi amici…invece di vergognarsi.
L'ho sentita quella telefonata… "Tiziana è avvocato però ora pensa al bambino, Sabrina sta in Findomestic, ormai è un po' che è sistemata e Sonia ha lavorato alla BNL e adesso sta in un'azienda che fa assicurazioni…" E Serena? Mi sono chiesta….non ci credo si vergogna a dire che lavoro lì…che studio cinese…che non chiedo un euro a casa e faccio su è giù come baby sitter per pagarmi le mie cose. È davvero così umiliante per un genitore? Lo capirò quando sarò mamma, e mio marito papà. Ma vieterò a me stessa e a lui di far sentire il nostro bambino così insignificante.
Farò dell'entusiasmo della mia famiglia il mio, come di tutto il resto…voglio viverla completamente la mia famiglia e non far sentire nessuno….Sol o. Io ero sola quella sera al mio rientro, ma piena di elettricità nelle vene. Non bastava toccare il tasto famiglia per spegnermi. E neanche staccare la spina.
Non basta neanche ora che sono al culmine della mia insicurezza.
Ma l'insicurezza è una radice, se resti fermo la alimenti , l'albero cresce e l'insicurezza ti invade e si impossessa delle tue occasioni rendendole rami secchi. Se invece la affronti e rischi, ti metti in gioco, capirai di avere la forza per strappare quella radice.
Non ascoltare certa gente che dice di disilluderti, che ti invita a mantenere quella radice..si spacciano per ambientalisti che badano al tuo bene e al tuo futuro…ti dicono che una radice forte non va mai sradicata. Perché crea un albero grande e forte, utile per farti ombra quando ti sentirai soffocare. Ma spiegaglielo. Digli che un albero sarà bello e resistente se le sue radici si intrecceranno nella terra di una foresta, se la pioggia gli darà l'acqua necessaria a dissetarlo..Nessun albero farà mai ombra se le sue radici muoiono nel cemento, se a dissetarle è solo l'acqua di un catino semivuoto. Raccontagli che quando alzerai gli occhi per vedere le sue foglie e i suoi frutti e non avrai risposte, soffrirai per quel coraggio che non hai avuto, per le radici che non hai strappato e che ora non danno frutti per te e per nessun altro.

Io la mia radice l'ho strappata, cresceva nel luogo sbagliato. I miei sogni non hanno avuto paura.
Poi ho preso un seme, il seme che la famiglia Lemma ha innaffiato. Ed ecco la mia piantina, l'ho chiamata felicità. È un seibo, un albero argentino. Un giorno anche i miei vedranno i suoi frutti, si chiamano Anahì, come la principessa della leggenda Argentina. E come la mia Anahì, la mia principessa, quella che custodisco nel grembo.

Serena

changed September 10, 2008